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![]() From hell testi Alan Moore disegni Eddie Campbell edizione Magic Press anno 1991-1996 pagine 572 prezzo 35 euro Non fa differenza. Che si parli di supereroi, di uomini straordinari o di assassini vittoriani, Alan Moore rimane l'unico, grandioso poeta del fumetto mondiale. Merito di una sensibilità e di una conoscenza del media fumetto che nessun altro può vantare. “From hell” si colloca su uno dei gradini più alti della mia personale classifica delle migliori storie a fumetti di tutti i tempi, grazie ad una storia che, a dire il vero, già di per se è molto affascinante, ma che raggiunge tali vette grazie al soffio vitale che Moore dona ai propri personaggi e ad un ritmo narrativo praticamente perfetto. Ogni parola è calibrata al millesimo, ogni passaggio è funzionale al successivo, ogni mistero è tale da volerne per forza venire a capo. Alan Moore non fa altro (si fa per dire...) che assorbire come una spugna la montagna di nozioni apprese da decine di libri sull'argomento e da testimonianze per immagini, elaborarle e proporci la propria personale interpretazione dei fatti che sconvolsero il quartiere londinese di White Chapel durante il 1888. Le vicende di Jack lo squartatore. L'ipotesi proposta è che a uccidere le cinque prostitute, accomunate da un inconfessabile segreto (almeno secondo Moore), sia stato un medico, l'unica persona in grado di avere conoscenze tali da poter procedere ad un così metodico ed efferato rituale omicida. L'ipotesi è anche la più ovvia, visto lo scientifico scempio perpetrato sulle povere malcapitate, ma l'ulteriore elemento d'interesse aggiunto dall'autore è una qualche infiltrazione massonica all'interno della vicenda. Non aggiungo altro. Leggete e capirete! Al di la dell'aspetto puramente storico, di cronaca dei fatti, quello che rende “From hell” veramente speciale è l'abilità con il quale l'autore infarcisce il racconto di citazioni esoteriche, massoniche, filosofiche e letterarie, non tralasciando elementi onirici e surreali, come le visioni del futuro di sir William Gull. Nel racconto trovano posto elementi e fatti storici provati, oltre che personaggi e situazioni del tutto inventate ma incredibilmente funzionali alla vicenda, come le piccole parti “offerte” ad Aleister Crowley, Oscar Wilde, William Blake ed altri che scoprirete andando avanti nel racconto. Veramente interessanti sono gli aspetti architettonici presenti nel racconto. Si parla spesso di chiese che avrebbero un significato nascosto celato da un'architettura esplicita, ma quello che veramente affascina è il concetto di architettura del tempo, come se esistesse una qualche logica temporale e ciclica dietro le esistenze umane ed in particolare dietro l'opera di Jack The Ripper. Vette massime sono il capitolo 4 e 10 dell'opera, in cui Moore spiega, nel primo caso le motivazioni che hanno portato agli omicidi e nel secondo il lirismo che può nascondersi dietro ad un massacro in piena regola. Dopo aver portato avanti una vicenda estremamente seria, Moore trova anche la capacità di prendersi per i fondelli e dimostrare come tutto quello che si è detto fino a quel momento sia solo una delle migliaia di ipotesi avanzate come spiegazione per i fatti, una semplice goccia in un lago di supposizioni, fonti reali, fonti presunte e sentito dire di gente seria o di semplici mitomani in cerca di 5 minuti di notorietà. La grafica non poteva che essere un cupo e tenebroso bianco e nero, spesso essenziale, ma mai spoglio, dimostrando un'accuratissima fase di documentazione da parte di Eddie Campbell. Le fisionomie sono quelle dei personaggi realmente esistiti, i quartieri di Londra sono stati riprodotti fin nei minimi particolari e persino l'interno dei pub è minuziosamente rappresentato. Di grandissimo aiuto, almeno nel volumone Magic Press che raccoglie i 16 capitoli del racconto, è la parte in appendice, che ricomprende note dell'autore sui fatti più importanti e le fonti da cui quella determinata scena, vignetta o pagina è stata tratta. “From hell” è un'opera imprescindibile per tutti gli appassionati di fumetti e non, che dimostra una volta di più come questo media sia a tutti gli effetti una forma d'espressione da non discriminare e di come Alan Moore sia il suo indiscusso profeta. In sintesi: Fondamentale. ![]() Gran Torino di Clint Eastwood anno 2009 durata 116' - colore Gli occhi di Clint Eastwood, la sua espressione, quei modi burberi. La differenza tra un attore e il texano dagli occhi di ghiaccio è racchiusa in soli tre aspetti. Forse banali, ma mai scontati. Gran Torino è l'ultima prova registica e attoriale del vecchio Clint, oltre che la summa di tutte le esperienze maturate in 50 anni di carriera. E' una pellicola furba, girata in puro stile Eastwood, che riesce a sopperire alla carenza di trama con un'interpretazione emozionante ed ironica al punto giusto, in cui emergono dei lati dell'attore che raramente si sono visti sul grande schermo. Come si diceva prima, la pellicola non brilla per originalità, anzi in alcuni punti è persino piuttosto banale. Il tema, quello delle gang giovanili, è stato trattato svariate volte dalle pellicole hollywoodiane, quindi il tutto sa di già visto e sentito, ma pretendere originalità assoluta di questi tempi è pura utopia. Il film ha come protagonista Walt Kowalski, un reduce della guerra di Corea, che, per ironia della sorte, vedrà arrivare come propri nuovi vicini di casa una famiglia asiatica. I rapporti non saranno dei migliori, ma peggioreranno sempre di più quando una gang giovanile costringerà una dei suoi giovani vicini a tentare di rubare l'auto di Kowalski, una splendida Ford Gran Torino. Da questo momento inizia una sorta di guerra tra il povero Walt e queste gang che spadroneggiano per il quartiere, ma anche un rapporto paterno con il giovane vicino aspirante ladro, che verrà preso sotto l'ala protettiva del veterano. Kowalski ne ha viste di tutti i colori in guerra e di certo non è spaventato da dei piccoli delinquenti, armati, però, di tutto punto. La pellicola procede fluida e senza grossi strappi narrativi, ma può essere divisa in tre fasi fondamentali. La prima, interessante e ben girata, presenta i protagonisti e certi lati del loro carattere; la seconda, un po' stucchevole ma fondamentale per il dipanarsi della vicenda, analizza il rapporto tra Kowalski ed il giovane Tao; la terza, che vede l'apice narrativo e quindi risolleva le sorti generali, è la buona conclusione di una trama non proprio all'altezza. L'abilità di Eastwood è quella di creare un climax che sfocia nel buon finale, che porta a riconsiderare il significato dell'intero sviluppo, con delle buone trovate registiche e con un'ottima caratterizzazione dei personaggi, peraltro dai contenuti psicologici piuttosto atipici rispetto ad altre pellicole del regista californiano. E' presente una sorta di denuncia razziale di fondo, sicura conseguenza del tema trattato, che Eastwood piega alla propria volontà per aggiungere un ulteriore livello di lettura alla pellicola, arricchendola di particolari che lo spettatore attento sarà chiamato ad interpretare e a collocare nelle giuste caselle. Dal punto di vista attoriale spicca senza dubbio l'interpretazione di Eastwood, che con i suoi sguardi, i suoi grugniti e quel fare burbero, finisce per mettere quasi in ombra i comunque bravi comprimari. In definitiva Gran Torino è una buona pellicola, di certo non un capolavoro, che finisce per consacrare una volta di più, se ce ne fosse bisogno, Clint Eastwood come una delle ultime vere stelle del panorama cinematografico attuale e forse di tutti i tempi. In sintesi: Buon film. ![]() Chinese democracy Guns 'n' roses (?!?) tracce 14 durata 71min e 26 sec anno 2008 Chi ha acquistato questo album come l'ultimo lavoro dei Guns 'n' roses, probabilmente ha preso una discreta fregatura. Chi invece l'ha pagato essendo consapevole che in realtà si tratta del disco solista di Axl Rose, coadiuvato da qualche buon musicista e da qualche cinquantina di turnisti, quasi sicuramente ha avuto ragione. Eh si, perchè se i vari ex componenti dei Guns sono arrivati ai tribunali per l'assegnazione del marchio del gruppo, un motivo ci sarà stato. Di Guns 'n' roses qui dentro c'e' davvero poco, come ovvia conseguenza di una cosi' drastica mutazione della line-up originale. E' successo più o meno a tutti i gruppi che hanno visto la dipartita di uno o più membri fondatori. L'album poggia sullo smisurato ego di Axl Rose, nel bene e nel male. Rose è sempre stato quello più dotato dal punto di vista melodico e infatti la maggior parte delle ballate dei Guns portano la sua firma, come gli episodi più sdolcinati di Chinese Democracy, alcune volte colpendo abbastanza nel segno, altre volte fallendo miseramente. Gli altri, soprattutto Slash, erano quelli più istintivi, la vena più rock del gruppo. In questo ultimo lavoro manca proprio questo aspetto, l'istintività. E' tutto troppo studiato a tavolino, come era inevitabile dopo una gestazione di 15 anni. Ogni aspetto è stato seguito maniacalmente da Axl Rose, persino le parti di batteria hanno richiesto 5 anni per essere ultimate... Per forza, se ti affidi a Brian Mantia, ex Primus,che è tra i batteristi più simili a Ringo Starr che io abbia mai visto... Molto positive le prove dei chitarristi iperveloci voluti dall'imbolsito Axl, tra cui Buckethead, che forniscono una prova all'altezza pur se calati in un contesto a loro estraneo, dovendosi adattare ad un genere musicale differente dai classici svolazzi ipertecnici fini a se stessi a cui sono abituati. I suoni, anche in questo caso, mancano di cattiveria, ma nel complesso la mancanza si avverte poco. L'aspetto più interessante è proprio la voce, purtroppo in senso negativo. Non tanto perchè Axl Rose ormai ha raggiunto la pace dei sensi delle corde vocali, quanto per i patetici quintali di ritocco che sono stati effettuati in fase di mixaggio. Moltissime volte si sente benissimo che la voce è stata registrata diversi toni sotto per poi essere portata al tono super acuto dei bei tempi grazie alle magie della tecnica. Solo in un brano si sente la reale voce del cantante, vale a dire “Madagascar”. Una voce spenta e priva di mordente. Da questo punto di vista poi si nota come le registrazioni siano state effettuate in tempi distantissimi tra loro. Nell'album sono presenti un paio di buoni brani, come “Better” o “There was a time”, alcuni mediocri e altri pessimi, anche a causa di sperimentazioni simil industrial che proprio non hanno alcuna funzionalità. E' normale che con il passare del tempo si cerchino nuovi orizzonti da esplorare, ma fare un minestrone senza nessuna coerenza nello stesso brano ha davvero poco senso. Tutto è pomposo, eccessivo, in puro stile Axl Rose, ma se gli eccessi di un tempo erano anche divertenti, qui si sfiora il patetico. Chinese democracy è un album appena discreto, che di sicuro non ha proprio nulla a che spartire con i Guns 'n' roses, ma che rappresenta il divertissement di un semi-obeso quarantacinquenne dalle treccine rosse che non si accontenta di starsene seduto sul divano a ricordare i bei tempi che furono. In sintesi: Appena discreto. ![]() Ecco un librino per tutti gli appassionati di Horror! Vi lascio il link: Resti mortali Come al solito vi aspetto qui per commenti. ![]() Amici di Maria De Filippi rappresenta l'apice del trash televisivo italiano, molto più di programmi come Grande fratello (Orwell riposa in pace) o La fattoria (Vacche riposate in pace). Perchè? Ve lo spiego subito. Un programma che vuole standardizzare una cosa che non può essere fatta rientrare in schemi, ovvero il talento; che rappresenta la scarsissima cultura media italiana; a cui vengono attribuiti meriti, quali quello di aver riportato in televisione certe arti che in tv non si vedevano più e se non si vedevano più un motivo ci sarà stato, riesce a fare molti più danni di un programma in cui si vedono solo tette e culi. Il motivo è ovvio. Si cerca di spacciare merda per cioccolata, si vuole convincere la gente che lo standard di talento è Marco Carta o qualsivoglia altro pupattolo dal bel viso, che magari un fondo di bravura ce l'ha, ma solo se rapportato al desolante panorama italiano. Perchè Sanremo riscuote successo? Perchè da alle persone quello che vogliono sentire, ovvero mediocrità orecchiabile e dal fischiettamento facile. La nostra è una cultura basata su cliché. La voglia di sperimentare è morta quasi del tutto e programmi come Amici finiscono per dare il colpo di grazia alle ultime residue possibilità di elevazione dal baratro. Gente come John De Leo, a mio modesto parere la migliore voce italiana dai tempi di Demetrio Stratos, è costretta a rivolgersi ad un pubblico di elite e magari a barcamenarsi in situazioni di nicchia, non ricevendo ciò che gli spetterebbe di diritto. Ma tutto torna nella logica italiana attuale. I concorrenti di Amici hanno un contratto discografico pronto da tempo a prescindere da reali capacità, perchè tanto si sa che la casalinga media che ascolta musica mentre gira il ragù o il ragazzino brufoloso che ascolta Fabri Fibra, il cd lo compra senza indugi. Piuttosto risparmia sul mangiare, ma il cd di Marco Carta lo deve avere! Ormai l'arte è un bene che si vende al chilo. Mi si viene a dire che esprimo posizioni superficiali e sbrigative. Ah si? Ma sono io che sono superficiale e sbrigativo oppure quelli che giudicano Amici come l'apice del talento senza andare a grattare sotto la superficie, andando a scoprire i talenti che si nascondono nell'underground italiano? Marta sui tubi vi dicono niente, cari De filippari, oppure Quintorigo oppure Bugo o Marlene Kuntz? Io credo proprio di no. Anzi ne sono assolutamente convinto. Il montepremi totale di Amici è stato di 200000 euro. Sono io superficiale o sbrigativo o quelli che credono che il talento si compri in denaro? E' inutile, siamo quello che ci meritiamo di essere. Un popolo di ignoranti semianalfabeti che aprono libri solo per schiacciare zanzare e per fare da zeppa al tavolo sul quale c'è la televisione che trasmette Uomini e donne. Ah, tra parentesi, ha vinto Alessandra Amoroso. Ricchi premi e cotillons. ![]() Geografia di un inferno di Tommaso Intini Pascal editrice pag. 445 - 15 euro Come al solito recensione per Cut-up! Vi lascio il link: Geografia di un inferno Tornate da queste parti per insulti o molestie.... ![]() The Millionaire di Danny Boyle anno 2008 durata 120 min - colore Allora, facciamo un attimo un piccolo paragone: -The Millionaire (2008): Oscar come miglior film, regista, canzone, colonna sonora, sceneggiatura non originale, montaggio, sonoro e fotografia. Totale di 8 statuette vinte. - Apocalypse now (1979): Oscar come migliore fotografia e colonna sonora. Totale di 2 statuette vinte Questo puo' voler dire un paio di cose. La prima che The Millionaire è un film talmente bello da meritare 8 Oscar e che Apocalypse now è un film mediocre che ne ha meritate solo due, tra l'altro neanche troppo importanti. La seconda è che gli Oscar lasciano il tempo che trovano e vanno presi per quello che sono in base anche ai concorrenti e al periodo storico. The Millionaire cavalca l'onda emozionale del filone sociale tanto di moda negli ultimi periodi e ovvia conseguenza era la vittoria di tutti questi premi. E' una regola matematica. Parla di qualcosa che possa far piangere lo spettatore utilizzando la sofferenza di persone in difficolta' o di popoli martoriati dalla guerra ed è dimostrato scientificamente che un premio lo vinci di sicuro. Ma è un criterio esatto? Posto in questi termini sicuramente no. Ma ovviamente dal punto di vista di noi poveri stupidi consumatori all'oscuro di fondamenti di marketing. Se giriamo la visuale di 180° e ci mettiamo dall'altro lato della barricata questa è la gallina dalle uova d'oro. Bello vero? La dimostrazione della relativita'. Con questo non voglio dire assolutamente che The Millionaire sia un brutto film, ma di sicuro 8 premi Oscar sono l'eccessivita' assoluta. La storia è carina, anche se spesso utilizza i facili espedienti di cui parlavo prima; è ben strutturata, visto che comunque Boyle non è l'ultimo fesso arrivato, ma alla fine della pellicola rimane come un senso di incompiuto. In realta' guardando la sigla finale il senso che ho provato è stato ben altro, ma non è questo che mi interessa...Benissimo, ora conosco i problemi delle popolazioni indiane, anche se in realta' li conosciamo gia' piuttosto bene, ma in sostanza cosa mi si è voluto comunicare? La denuncia sociale? Mi sta bene, ma qui parliamo di denuncia reale o di bei soldoni? E' un dubbio che mi assale spesso quando vedo questo genere di pellicole, tra l'altro stra premiate. Per poter verificare la teoria sopra esposta, cioe' che l'Oscar va inserito anche nel contesto dei concorrenti in gara, devo ancora vedere un paio di pellicole che si sono classificate alle spalle di The Millionaire. Appena cio' accadra' sarete i primi a subire le mie elucubrazioni, non temete.... In sintesi: Pellicola carina ma molto sopravvalutata. ![]() La casa dei segreti di Gerri Brightwell anno 2009 pagine 327 - prezzo 12,90 euro Ho scritto una recensione per i ragazzi di Cut-up. Vi lascio il link del pezzo e come al solito per i commenti tornate da queste parti! http://www.cut-up.net/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=575&Itemid=26 C'e' quest'uomo: ![]() Se una sentenza della Corte Costituzionale, della Cassazione, o di qualsiasi altro organo previsto dall'ordinamento italiano, non gli piace, decide di modificare la Costituzione per adeguarla al suo pensiero. Questo individuo ha definito la carta Costituzionale "filo sovietica", sputando, di fatto, sul lavoro di persone che hanno contribuito a costruire l'Italia anche a prezzo della vita. Mi sorge il dubbio che non l'abbia mai letta la Costituzione. Poi abbiamo lui: ![]() Un uomo pronto a sparare sentenze dalla sua finestra in nome di un'istituzione che, tanto nel passato quanto nel presente, continua i suoi sporchi affari senza possibilita' di intervento alcuno. Mangia, beve e rutta alla faccia nostra e si fa burle dei comuni mortali. Tanto chi lo tocca. E continuiamo la carrellata: ![]() Eccolo qui. Un uomo che si è battuto per una causa, ma che nel momento finale, quello in cui tutto si è compiuto secondo la sua volonta', non era neanche di fianco alla figlia che esalava l'ultimo respiro. Forse è la cosa che mi fa piu' ribrezzo e mi porta a considerazioni che non è il caso di esternare. Poi abbiamo lei: ![]() Lei è solo una postilla a pie' di pagina. ![]() Band of brothers 10 episodi durata: 60' circa ad episodio colore “Band of brothers” nasce da un progetto a quattro mani di Steven Spielberg e Tom Hanks, come una sorta di continuazione o costola di “Salvate il soldato Ryan”, ma nella sviluppo se ne discosta completamente, finendo per non avere piu' nessun collegamento con il film. E a mio modesto parere la serie batte di gran lunga la pellicola. Questo progetto in 10 puntate da 60 minuti circa, prende il via con l'addestramento della compagnia Easy per lo sbarco in Normandia e attraversa tutte le fasi dell'avanzata americana sul territorio europeo per arrivare in Germania e quindi porre fine al secondo conflitto mondiale. Il protagonista è sempre la compagnia Easy, altro nome della 101esima compagnia aviotrasportata, ma col passare delle puntate la compagnia diventa un gruppo di ragazzi, quindi non considerata piu' come una parte dell'esercito americano, ma come dice il titolo stesso, un gruppo di fratelli. La serie è ottimamente realizzata. Le scene di guerra sono crude, come lo erano anche in “Salvate il soldato Ryan” ed il massiccio utilizzo di camera a mano nei momenti piu' concitati della battaglia finisce per aumentare la percezione delle sensazioni provate dai protagonisti reali di una delle pagine piu' cruente del ventesimo secolo. Infatti la serie non è stata costruita a tavolino come molte altre circolanti o come la maggior parte dei film di guerra, pur prendendo spunto dai fatti reali, ma è basata completamente sulle testimonianze dei pochi sopravvissuti della compagnia Easy, quindi ogni azione, ogni combattimento, ogni citta' visitata rispondono alla realta' dei fatti. E questo rende la serie davvero unica. Il riferimento alla vita reale è una delle compenenti fondamentali, un modo per accrescere l'angoscia dello spettatore, quasi un elemento scenico, se non ci fossero le cronache a riportarci con I piedi per terra. Ogni puntata è preceduta da un breve documentario In cui I superstiti della compagnia raccontano le proprie esperienze di guerra, quindi una sorta di introduzione ai fatti che vedremo riprodotti sullo schermo. I volti sono ancora segnati dall'esperienza, ma lo è ancora di piu' lo spirito e non di rado accade che I reali protagonisti si commuovano ancora nel raccontare fatti accaduti almeno 50 anni prima. La nona puntata è probabilmente la piu' toccante, con gli americani che vengono a conoscenza della presenza di campi di concentramento su tutto il territorio tedesco. Vedere esseri umani ormai ridotti a scheletri che abbracciano perfetti sconosciuti armati di tutto punto è probabilmente una delle scene piu' toccanti che abbia mai visto. Un vero pugno nello stomaco. Alla fine della serie I commenti vengono affidati ai superstiti e vedere le reali fattezze del maggiore Winters e degli altri soldati è un momento davvero particolare. Mi piacerebbe far vedere questa serie al vescovo Richard Williamson e a tutti gli altri che hanno avuto il coraggio di negare la Shoah. Gente che è pronta a dare per certa l'esistenza di cose che non hanno nessuna testimonianza diretta, ma che non ha indugi nell'uccidere due volte chi è gia' morto. Guardate questi 10 puntate
In sintesi: Ottima
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